I valori, la realtà e le illusioni.
di Enrico Maspes
Maggio 2006
Quando parliamo di credenze e di valori parliamo di quell'aspetto della psiche umana che ci motiva nel fare alcune cose piuttosto che altre, possiamo dire che siamo al livello logico del "perché" facciamo le cose che facciamo.
Questo aspetto dell'uomo è spesso fortemente investito emotivamente e quando lo andiamo a toccare , anche involontariamente, ce ne accorgiamo dalla reazione più intensa nostra o altrui. Quando la realtà mette in discussione questo livello l'energia del nostro corpo sale improvvisamente alterando la nostra tranquillità e qualche volta anche la nostra lucidità. Tutto il nostro comportamento diventa più energico: la voce aumenta di volume, parliamo più in fretta oppure compitiamo le parole più distintamente, e i gesti diventano più marcati e carichi di energia. Quando siamo in relazione con l'altro e ci accorgiamo di essere a contatto con questo aspetto della psiche umana è bene tenerne conto al fine del raggiungimento dei nostri obiettivi. Le nostre credenze e i nostri valori sono carichi di energia, sono il motore della nostra vita. Tendiamo a conservarli, a preservarli da eventuali attacchi di altre persone oppure da avvenimenti della vita come fossero una cosa cara a cui siamo profondamente legati. A volte capita, mentre parliamo con una persona, di entrare in un clima di confidenza e di ascoltare di come ha imparato a credere in qualche cosa di importante per la sua vita: spesso è stato l'insegnamento di un familiare o di una persona significativa. Un credo politico o religioso fa parte di questa categoria che si apprende molto presto nella propria vita personale e che poi da adulti ci lega alla nostra famiglia di origine. Forse è questo uno dei motivi che ci portano a difendere con tanta energia questo aspetto della nostra vita. Difendendo quel valore, quell'insegnamento, difendiamo l'amore e la stima che abbiamo per i nostri familiari e, in ultima analisi, noi stessi e la nostra storia.
Recentemente ho assistito a una interessante trasmissione televisiva che trattava dell'inizio della vita umana. Era un ulteriore contributo alle molte discussioni fatte in questo periodo su argomenti come gli embrioni congelati, la fecondazione artificiale e l'aborto. La trasmissione prendeva spunto dal libro di un filosofo che ha analizzato e confrontato la visione religiosa e la visione laica della questione considerando l'evoluzione storica di queste idee. In particolare veniva messo in luce che solo nell'ultimo secolo la chiesa aveva sposato la visione che la vita umana cominciasse con la fecondazione e, conseguentemente, che l'embrione andasse considerato e protetto come una persona. La visione laica viceversa, attraverso molteplici e controverse questioni, si centrava sul fatto che si potesse parlare di persona e quindi di vera e propria vita umana solo con la costituzione del sistema nervoso: cosa che avviene in modo completo con il quinto o sesto mese di gravidanza. Credo sia evidente a tutti come questa questione sia di grandissima rilevanza per quanto riguarda la pratica dell'aborto. Non è obiettivo di questo scritto entrare nel merito di questioni così delicate e cariche di emozioni e di conflitti di valore. E' mia intenzione invece approfittare di questa trasmissione per illustrare alcuni argomenti che sono rilevanti per il problema del nostro modo di pensare e della comunicazione che di esso è conseguenza. Ad un certo punto il conduttore del programma metteva in risalto il fatto che quando nel Medioevo gli ebrei si convertivano al cristianesimo e chiedevano di essere battezzati, il prete era ben contento di farlo eccezione fatta per il feto di una donna gravida perché, in quel tempo, si pensava che non fosse ancora abitato dall'anima. A questo punto si dava la parola al pubblico in sala ed un signore interveniva citando un pezzo della Bibbia dove veniva detto che l'anima era presente fin dal concepimento e negava con decisione la verità degli argomenti portati fino a quel momento. Il conduttore interveniva dicendo che si poteva discutere fino allo sfinimento delle opinioni ma che non si potevano negare i fatti, aggiungendo a quel punto il riferimento bibliografico dove lo spettatore avrebbe potuto documentarsi. A quel punto lo spettatore non potendo o non volendo più controbattere aggiungeva con voce flebile: " va bene, ma queste sono delle vecchie opinioni sbagliate".
Il tono di voce che accompagnava la parola "vecchie" sottolineava l'intenzione di svalutare queste opinioni attribuendo alla parola vecchio il significato di sorpassato, intenzione che veniva ribadita dall' esplicito aggettivo "sbagliate". Questa vicenda mi permette di illustrare quello che capita a tutti noi quando si tratta di difendere una nostra opinione, un nostro valore o una nostra credenza. Prendiamo della realtà tutto ciò che li conforta mentre eliminiamo o svalutiamo tutto ciò che li contraddice, arrivando al punto di considerare i fatti come se fossero opinioni e quindi espressioni della soggettività. Cancelliamo intere parti della realtà che diventano "invisibili" ai nostri stessi occhi; filtri mentali inconsci selezionano le informazioni che giungono dal mondo facendo passare solo quelle che confermano le nostre opinioni. Quando questo meccanismo non basta perché la realtà insiste nel proporci dei fatti che le sconfermano allora entra il secondo meccanismo mentale, questa volta consapevole, che consiste nella svalutazione, nella minimizzazione degli stessi fatti, costruendo magari della teorie alternative che possano spiegarli mantenendo vere le nostre opinioni.
Ecco cosa scrive G.Gurdjieff a proposito del nostro linguaggio verbale: "Per uno studio e una comprensione esatti è necessario un linguaggio esatto. Le parole che compongono il nostro linguaggio sono troppo imprecise e vaghe e il significato che vi si attribuisce è eccessivamente arbitrario e variabile. Un uomo quando pronuncia una parola, le dà sempre qualche significato particolare e ne amplifica o ne mette in rilievo uno degli aspetti, restringendone spesso il senso a una sola caratteristica, cioè designando con tale parola non tutti i suoi attributi, bensì quel tale aspetto esteriore che per primo ha colpito la sua attenzione….. inoltre il significato che una stessa persona dà ad una parola varia secondo i pensieri e umori del momento, secondo le immagini che sta associando. O ancora, a seguito di ciò che l’interlocutore dice e di come lo dice, essa può anche cambiare il senso delle parole che usa senza rendersene conto, per una involontaria imitazione o contraddizione.”
Ho voluto mettere in risalto queste ultime parole dell'autore perché mi sembrano particolarmente adatte per illustrare quanto era successo nella civile polemica durante quello spettacolo televisivo. Il signore del pubblico per portare un argomento "forte" a sostegno della sua tesi aveva fatto riferimento ad un passo della Bibbia: l'antichità e la notorietà del testo erano qualità particolarmente importanti al fine di sostenere la propria idea. Subito dopo, nel corso della discussione con il conduttore che citava altre fonti "vecchie" a sostegno della opinione opposta l'identico aggettivo "vecchio" veniva riproposto dallo stesso in un senso diametralmente opposto.
Di solito quando vogliamo sostenere una nostra idea e facciamo riferimento ad un autore del passato vogliamo con questa operazione farci aiutare dall'autorevolezza di quella fonte grazie alla sua fama o semplicemente grazie alla sua "antichità" che diventa in quanto tale sinonimo di autorevolezza.
Ma, se in un dibattito, servisse per sostenere le nostre opinioni saremmo pronti a sostenere il contrario e cioè che proprio in quanto antico quel testo è ormai obsoleto.
Questa resistenza nel cambiare le nostre opinioni costituisce un grosso ostacolo alla nostra maturazione. Questa consapevolezza mi fa sentire una sensazione di disagio quando sento la tipica frase " lo so perché ho una esperienza ventennale nel campo". Certo l'esperienza è una cosa necessaria, ma non sempre è sufficiente a farci maturare. D'altra parte mi ricordo sempre che le nuove scoperte, le nuove teorie scientifiche nascono dal superamento di vecchi modi di pensare e di vecchie teorie sul mondo, che per molti erano diventati della verità rivelate, delle certezze esistenziali, piuttosto che teorie scientifiche o semplici opinioni condivise da molte persone. Mi chiedo, durante il Medioevo, come le persone si spiegassero il fatto che l'ultima parte visibile delle navi all'orizzonte fosse l'albero delle vele. Oggigiorno questo fatto viene presentato, in tutte le scuole, come la prova che la terra è rotonda ma visto che allora esisteva la credenza che la terra fosse piatta mi chiedo come le persone che osservavano questo fenomeno lo giustificassero. Forse non lo notavano nemmeno eliminandolo dalla loro consapevolezza, oppure avevano creato una teoria che gli permettesse di spiegarlo in modo tale da mantenere valida la credenza che la terra fosse piatta.
Secondo la linguistica i meccanismi mentali appena illustrati vengono chiamati cancellazione e deformazione.
La consapevolezza che la nostra mente interviene attivamente nel modificare o nel cancellare le nostre percezioni dovrebbe aiutarci a uscire da una pericolosa ILLUSIONE: che la nostra mappa del mondo coincida con il mondo. Noi non facciamo delle fotografie del mondo, facciamo dei montaggi.
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