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Il gioco del Risiko e la comunicazione.

di Enrico Maspes

Ottobre 2006

Per tutti coloro che non conoscono il gioco del Risiko riassumerò sinteticamente la sua filosofia. Si gioca con un massimo di sei giocatori ognuno dei quali possiede inizialmente un pari numero di nazioni e di carri armati. Si tratta di conquistare il mondo contro tutti gli altri attraverso una vera e propria guerra. Come ogni gioco ha le sue regole e queste determinano le strategie più efficaci per vincere. Nella versione da tavolo italiana gli attacchi e le difese vengono effettuati lanciando tre dadi e in caso di parità di punteggio vince chi si difende. Questa regola determina il fatto che la difesa è avvantaggiata rispetto all'attacco e quindi vengono premiate le strategie prudenti piuttosto che quelle aggressive. In altre versioni on-line chi attacca può farlo con tre dadi mentre chi si difende solo con due e ciò rende meno vantaggiose le strategie più prudenti. In questo gioco sono messe alla prova sia l'intelligenza logica che quella emotiva del giocatore: la prima serve per ideare le tattiche e le strategie più utili per il dominio del mondo alla luce della osservazione di quelle degli altri e la seconda a comprendere la psicologia degli avversari e a dominare certi impulsi emotivi controproducenti per la vittoria.
Chiunque vi abbia giocato ha potuto toccare con mano di quanto metta a dura prova le relazioni scatenando sentimenti di forte intensità e, a volte, atteggiamenti scorretti provocati dal desiderio di vincere ad ogni costo. Questo gioco, come altri, mette a nudo l'animo umano meglio di molti momenti della nostra vita quotidiana.
Il Risiko ci permette di sperimentare il sapere umano sull'arte della guerra o dei conflitti mettendo alla prova la nostra capacità di essere creativi nell'ideare le nostre tattiche durante l'evoluzione del gioco e ci mostra alcune verità sulla psicologia umana.
Una delle cose che si imparano è che se si diventa molto forti si mette paura agli altri che, prima o poi, reagiranno per diminuire la minaccia che noi rappresentiamo. Attacchi che sono al limite del suicidio da parte di chi si sente minacciato o la formazione di coalizioni di deboli non permettono quasi mai al forte di vincere il gioco.
Simmetricamente questo gioco insegna che gli avversari vanno sconfitti uno alla volta e che mai vanno attaccati tutti indiscriminatamente disperdendo le forze e procurandosi molti nemici contemporaneamente.
Si riesce a comprendere veramente, cioè sulla base di una esperienza, che cosa ci voleva insegnare lo studio scolastico della leggenda degli Orazi e Curiazi nella quale, appunto, l'unico Orazio sopravvissuto riesce a sconfiggere i tre Curiazi per mezzo di una fuga sfrenata che gli permette di poterli affrontare uno alla volta.
Diventa anche vivo e pieno di senso il detto popolare "fra i due litiganti il terzo gode", infatti una delle strategie più usate da coloro che vincono i tornei è quella di non essere così forti da fare paura ma esserlo abbastanza da rendere sconveniente essere attaccato. Alla fine i più forti si scontreranno immancabilmente e il più debole potrà raccogliere le ceneri di ciò che è rimasto, vincendo tranquillamente.
Ma la cosa più importante che il gioco insegna è che, se vogliamo essere vincenti, dobbiamo assumere il controllo delle reazioni emotive perché il primo effetto dell' essere preda di una emozione di paura e/o di rabbia è quello di perdere completamente di vista il nostro obiettivo primario e la valutazione di quale sia la cosa migliore da farsi per raggiungerlo.
La nostra psiche è spesso condizionata dalla reazione di origine istintuale chiamata di "attacco o fuga". Questo meccanismo primitivo è appropriato solo nel momento in cui si vada incontro ad un vero pericolo fisico, come nel caso di un attacco di una belva o di un guerriero. Il nostro corpo e la nostra psiche vengono alterati da una immissione di grandi quantità di adrenalina che ci permette di avere grande reattività fisica per poter, appunto, fuggire o attaccare. Questo antico meccanismo entra però in gioco anche in altre situazioni che hanno a che vedere con uno scontro fisico solo metaforicamente, come un gioco di guerra o l'incontro con un superiore.
Nel Risiko si vede molto spesso all'opera questo meccanismo primitivo: il giocatore X viene attaccato dal giocatore Y, si arrabbia e contrattacca: Y si viene a trovare nella stessa situazione di X e risponde a sua volta: in poco tempo inizia una vera e propria faida che ha l'unico effetto di far vincere la guerra ad un altro giocatore. Se volessimo provare a tradurre i sentimenti dei giocatori in parole potremmo immaginare pensieri di questo tipo: "ah si!, mi vuoi distruggere? Allora ti distruggo prima io", oppure: "Ah, non mi vuoi far vincere?! E allora non vincerai neanche tu!", o anche: " Vuoi fare a chi è più forte?! Eccoti accontentato!"
Vengono in mente quelle scene nelle quali il primo di due bambini comincia a dare una spinta all'altro, questo risponde con più forza e dopo poco la cosa degenera in una rissa. L'insegnamento che si può trarre potrebbe essere sintetizzato così: "Ricordati che non è una questione personale, il tuo obiettivo è conquistare il mondo".
Tutti i giocatori migliori di Risiko sono in grado di non farsi coinvolgere da queste dinamiche e di ragionare freddamente su quale sia la cosa migliore da fare.
Altre dinamiche personali sono apprese culturalmente e vanno anch'esse riconosciute e controllate per poter diventare un bravo giocatore. Valori o credenze apprese precocemente dall'ambiente circostante, probabilmente tramite l'educazione famigliare, sono altamente nocive. Credenze come:" Non cedere mai" oppure: "Chi indietreggia è un vigliacco" possono essere fatali, come insegna la storia dell'invasione mongola della Persia islamica. Le strategie guerresche dei mongoli erano basate sulla velocità di spostamento e su tattiche di guerriglia molto elastiche, mentre per il regno persiano valeva la regola di non indietreggiare mai di fronte al nemico perché questo sarebbe stato un segnale di paura e avrebbe portato alla disfatta. Quando i due eserciti si trovarono di fronte, questa credenza si rivelò fatale per i mediorientali perché i mongoli fecero finta di indietreggiare trascinandoli in una avanzata che diluì le loro forze, numericamente superiori, e li sottopose a una imboscata micidiale.
L'attribuire un valore universale alla propria visione del mondo può farci interpretare in modo errato i comportamenti che osserviamo e portarci a commettere errori che, come in questo caso, sono irrimediabili. Per usare un concetto psicoanalitico potremmo chiamare questa disposizione mentale proiezione: noi, come fossimo delle macchine cinematografiche, proiettiamo la nostra visione del mondo tutto intorno a noi dimenticandoci che quanto osserviamo non sono immagini della realtà ma le immagini che noi stessi abbiamo proiettato. Così l'indietreggiare dell'esercito mongolo fu visto dai persiani come un segnale di paura che avrebbe portato ad una facile vittoria, mentre era una tattica che serviva a portarli verso una trappola.
Come per l'arte della guerra anche l'arte della comunicazione necessita di un controllo dei nostri meccanismi mentali e una presa di distanza da quelli che si rivelano controproducenti. Se ci pensiamo bene anche il mondo delle nostre relazioni, a volte, sembra trasformarsi in una giungla piena di pericoli mortali, o in un vero e proprio campo di battaglia dove gli altri sono di volta in volta alleati o avversari in una guerra che non farà prigionieri. Sia per le organizzazioni che per gli individui i modi di dire mutuati dal linguaggio guerresco si sprecano: "tornerò vincitore", "l'incontro sarà una battaglia campale", "sarò agguerrito" ecc.
Il gioco a cui partecipiamo tutti i giorni della nostra vita, che potremmo chiamare Comunico, è il gioco a cui non possiamo smettere di giocare salvo che si decida di entrare in eremitaggio. Questo gioco è a volte più coinvolgente ed emozionante del Risiko, possiede le sue regole e divide anch'esso i giocatori in una graduatoria che va dai bravi ai cattivi passando per i discreti.
Quando siamo immersi in questo gioco ci capita spesso di incontrare un altro giocatore e rimanere così sgradevolmente colpiti dal suo modo di giocare che le emozioni ci prendono la mano e cadiamo in errori simili a quelli del Risiko. Sono questi i momenti in cui è bene afferrarsi saldamente ai principi della comunicazione efficace per riportarci sulla retta via. La prima cosa che ci dobbiamo ricordare appena la forza delle emozioni ce lo permette è il nostro obiettivo. Che cosa volevamo ottenere con la nostra strategia comunicativa? Convincere l'altro a cambiare un comportamento, suggerirgli un nuovo modo di vedere il mondo, ottenere sostegno, condividere uno stato d'animo, spiegargli le istruzioni per risolvere un problema o altro ancora?
Il passo successivo sarà quello di chiedersi quale sarà la cosa più giusta da fare per ottenere questo obiettivo e di quali risorse avremo bisogno. Nel pensare alla nuova comunicazione sarà necessario chiedersi se vi sia un qualche tipo di nostro presupposto o valore che ci può ostacolare e che cosa non abbiamo valutato correttamente della mappa del mondo dell'altro.
Ricordo una mia errata valutazione che, insieme ad altre cause, ha creato l'improduttività della mia comunicazione con un conseguente spreco di risorse. Volevo pubblicizzare un mio corso di comunicazione presso una scuola e avevo dato incarico ad un amico che vi insegnava di mettere sul tavolo della sala insegnanti un pacchetto di volantini. Questo amico mi riferì successivamente alcuni commenti che aveva ascoltato da parte di colleghi che avevano letto il volantino. Una frase era. "Questo deve essere matto a proporre un corso di aggiornamento durante i fine settimana!" e un'altra era: " Pensa te, adesso mi devo pagare anche la formazione!".
La risposta alla mia proposta di aggiornamento fu nulla.
Quando sentii questi commenti mi risultò molto chiaro che, pur essendo stato un insegnante io stesso, mi ero dimenticato la cultura della scuola e che la mia proposta era fuori luogo.
Credo che ciò fosse dovuto al mio allontanamento da questa professione e alla frequentazione dell' ambiente della formazione privata da lungo tempo: in questo ambiente era non solo normale ma addirittura previsto che la formazione avvenisse durante i fine settimana.
Rapidamente tornò il ricordo dell'ambiente scolastico e della sua cultura. Gli insegnanti sono laureati orgogliosi di esserlo e di svolgere una funzione educativa ma frustrati dalla poca considerazione sociale del loro compito. Si sentono sottopagati e sottovalutati. La media degli insegnanti è piuttosto sindacalizzata e la loro cultura è centrata sul concetto di diritto e dovere. Questa filosofia è tipica dell' ambiente scuola dove insegnanti e studenti sono accomunati dal sentimento di ciò che devono fare e di ciò che hanno diritto a ricevere.
Così come per lo studente è d'obbligo percorrere un certo cammino formativo prestabilito dallo Stato per ottenere la certificazione dell'avvenuta maturità, così l'ex studente ora divenuto insegnante pensa sia suo diritto che lo Stato provveda alla sua formazione professionale.
Una volta interiorizzata una cultura basata sui diritti/doveri non c'è spazio per l'iniziativa personale.
Avevo proiettato le mie usanze su una popolazione con cultura diversa ottenendo la tipica risposta: "O siete pazzi o stupidi barbari".
Ricordiamoci la saggezza latina espressa da questo detto: "Quod licet bovi, non licet Jovi" (quello che è adatto per il bue, non è adatto per Giove).



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