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Quando la gente parla, parla per sé e non comprende gli altri.
G. Gurdjieff

Lucifero, le relazioni e il linguaggio.

di Enrico Maspes

Aprile 2006

Il detto “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi” esprime molto efficacemente il senso di delusione e di frustrazione che proviamo quando siamo messi di fronte a un risultato imprevedibile se non ad un vero e proprio fallimento della nostra comunicazione. Eravamo partiti con le migliori intenzioni, eravamo fiduciosi che avremmo raggiunto il nostro obiettivo e invece ci ritroviamo in un luogo inaspettato. Volevamo convincere il nostro partner che la soluzione migliore per le vacanze era il viaggio nell'isoletta greca e invece ci siamo ritrovati a difenderci dall'accusa di voler sempre imporre le nostre idee. Volevamo che il nostro collaboratore fosse in grado di sostituirci nell'incontro con il cliente conducendo a buon fine l'accordo commerciale e invece, ancora una volta, ci rendiamo conto che lui ha frainteso le nostre spiegazioni, capendo “Roma per Toma”. Il proverbio ci suggerisce che quando siamo ispirati dal diavolo non riusciamo a concludere quello che abbiamo iniziato. È molto interessante chiedersi perché il proverbio faccia riferimento al diavolo per illustrare l'aspetto di non riuscire a concludere positivamente un'opera. Il diavolo era Lucifero, l'angelo più bello e luminoso, che preso da un orgoglio smisurato ad un certo punto volle prendere il posto di Dio per porsi lui stesso al centro del creato. Questo tipo di atteggiamento viene ben espresso dalla frase di Lucifero “meglio re negli inferi che vassallo in cielo”. La brama di centralità, il desiderare di non essere secondo a nessuno, di farsi re e circondarsi della propria corte adorante è punita con la cacciata dal paradiso e la discesa negli inferi. Indipendentemente dalla credenza soggettiva che tutto ciò sia vero, quello che ci interessa in questa sede è l'ammonimento che la storia di Lucifero ci propone. Quando desideriamo metterci al centro delle nostre relazioni circondati da una corte reverente e adorante pecchiamo di atteggiamento Luciferino, che con altro linguaggio potremmo chiamare atteggiamento egocentrico. Fra i Romani questo tipo di delirio di onnipotenza era conosciuto ed erano state predisposte delle opportune contromisure. In un film su Roma, mentre un generale vincitore di una importante battaglia passava su una biga in mezzo ad ali di persone osannanti, un personaggio che gli stava di fianco gli sussurrava continuamente “ricordati che sei solo un uomo”.
Quando sposiamo questo tipo di atteggiamento ci sentiamo di essere nel giusto e nel vero e quindi tutto ciò che non si conforma con ciò è, necessariamente, sbagliato e falso. Per dirla con il linguaggio della programmazione-neurolinguistica, tutto ciò succede quando pretendiamo che la nostra mappa del mondo sia “la mappa del mondo”, l'unica e incontrovertibilmente vera: cioè che la nostra mappa coincida con il territorio.
Quando siamo così comodamente seduti al centro dell'universo mentre tutto il resto ruota intorno a noi e notiamo che un eretico qualsiasi si permette di sollevare qualche dubbio su ciò che noi sappiamo essere vero possiamo sentirci offesi da tanta lesa Maestà e terribilmente irati, oppure bonariamente dispiaciuti di osservare la sua così grande ignoranza. Nel primo caso ci comporteremo come il Dio del vecchio testamento: colpiremo i peccatori con punizioni ferocemente esemplari. Nel secondo caso potremmo valutare che valga la pena di redimere il soggetto e salvarlo dal buio della ignoranza mostrandogli la luce della verità. L’atteggiamento vendicativo oppure quello missionario raramente portano a dei buoni risultati; spesso lasciano degli strascichi di rancore ma, soprattutto, costituiscono un vero e proprio limite per noi stessi e la nostra crescita personale. Infatti quando siamo in atteggiamento luciferino siamo certi di saperla più lunga degli altri e che sarà bene che siano gli altri a dover fare lo sforzo di imparare. Eppure una parte di noi sa che crescere consiste soprattutto nell'imparare a vedere il mondo con occhi diversi, da altri punti di vista; ma vedere il mondo da altri punti di vista significa accettare che il nostro sia solo uno dei tanti e non l'unico. Quando nelle nostre relazioni quotidiane non riusciamo a comunicare efficacemente entrando di conseguenza in uno stato di frustrazione, chi non ha detto frasi come “il mondo è pieno di stupidi” oppure, quando la risposta è stata particolarmente inaspettata, “il mondo è pieno di pazzi”. Se nella nostra mente siamo convinti che gli altri sono folli o stupidi smetteremo di tentare di comunicare con loro, perché saremo convinti che “tanto è inutile”. Inoltre visto che noi possediamo la verità la volta successiva comunicheremo nello stesso modo (l'unico) e se otterremo ancora un risultato insoddisfacente vorrà dire che la nostra lista di stupidi/pazzi si sarà allungata di un nome. Eppure la saggezza popolare ci avverte ancora una volta che “errare è umano, perseverare è diabolico”. Ancora una volta ci dice che l'orgoglio, la sopravvalutazione di noi stessi non porta lontano, anzi porta diritto nell'inferno delle relazioni quotidiane. Ecco quindi l'ennesima scenata famigliare composta di accuse reciproche e di sfoghi emotivi corredata da frasi come “te l'ho ripetuto mille volte...ma tu fai sempre quello che vuoi, sei il solito egoista!!”.
Detto con dei termini piennellistici la mappa del mondo del comunicatore contiene delle deformazioni tali da impedirgli di trovare una soluzione comunicativa efficace.
Se la nostra strategia comunicativa ci porta ogni volta a un risultato insoddisfacente sarebbe utile ricordarsi che, perseverare è diabolico: forse siamo caduti in un atteggiamento luciferino. Quando prendiamo in considerazione i nostri atteggiamenti egocentrici dobbiamo anche considerare che non è tutta “colpa nostra” e che alcune illusioni egocentriche le abbiamo assorbite dall'ambiente culturale nel quale siamo vissuti, spesso senza rendercene conto. Quando fin da piccoli leggiamo sui libri di storia o sui quotidiani che i paesi del terzo mondo sono pieni di persone povere e ignoranti che sarebbe il caso di aiutare ad entrare nel ventesimo secolo assorbiamo, in un colpo solo, la visione occidental-centrica e l'atteggiamento missionario.
Ecco ciò che dice C. G. Jung:
Ma se ci domandiamo perché certe situazioni siano patogene, finiamo con lo scoprire che molto spesso, in esse, una parte decisiva è svolta dalle nostre concezioni. Certe cose sembrano pericolose, impossibili o dannose solo perché vi sono concezioni che le fanno apparire tali…. Ma simili concezioni esistono e nascono da determinati presupposti mentali: da quello che viene chiamato lo “spirito del tempo” o da determinate convinzioni, religiose o non religiose.

Questo atteggiamento luciferino ci suggerisce anche l'illusione che la nostra comunicazione sia chiara e univoca e che non vi sia spazio per l'interpretazione quando, viceversa, il linguaggio che usiamo è del tutto impreciso. Quando usiamo le parole per comunicare il nostro pensiero, spesso, non ci rendiamo conto che queste non indicano azioni o oggetti specifici identificabili in modo univoco. La convinzione illusoria della chiarezza del nostro linguaggio nasce dal fatto che mentre pronunciamo le parole il nostro pensiero le accompagna con le immagini, i suoni e le sensazioni che sono ad esse associate nella nostra mente. Per noi hanno un significato chiaro perché sono correlate con una serie di esperienze che le rendono intelligibili e univocamente determinate, e diamo per scontato che queste ultime siano condivise anche da tutti gli altri. Potremmo dire, facendo appello ad un altro modo di vedere la cosa, che stiamo commettendo la violazione semantica della generalizzazione, ovvero estendiamo, arbitrariamente, a tutte le persone le nostre stesse esperienze ed il nostro modo di valutare queste esperienze. La nostra mappa del mondo si gonfia a dismisura fino a comprendere tutte le altre. Tralasciamo in questa sede tutte quelle parole che ripetiamo per sentito dire e delle quali noi stessi abbiamo un'idea del tutto vaga. In un gruppo che ho condotto anni fa, basato sull’insegnamento delle tecniche di visualizzazione in rilassamento, feci visualizzare, fra le altre, la parola “amore” e fui molto colpito dalla varietà delle immagini che erano apparse spontaneamente in relazione ad essa. Sulla base delle associazioni che ogni individuo fece sulla propria immagine mi resi conto che erano raggruppabili in tre tipologie. Vi erano una serie di immagini il cui fulcro era una coppia che si teneva per mano oppure che si guardava negli occhi, altre che ruotavano intorno all’immagine di un atto sessuale e una che era l’immagine di Gesù sulla croce. Le immagini evidenziavano tre tipi di amore diversi. Quelle del primo gruppo rappresentavano l’amore appartenenza: quella funzione dell’amore che ci fa sentire l’altro come unito a noi e che ci toglie da una condizione di solitudine esistenziale. Sia l’immagine degli amanti di Peynet che il detto “due cuori e una capanna” esprimono bene questo aspetto della parola amore.
Il secondo gruppo di immagini sottolineava l'aspetto della parola che è connesso alla passione fisica, alle sensazioni di attrazione e desiderio, quello che chiamiamo amore passionale.
La terza immagine che all’inizio mi sembrava la più enigmatica divenne, al contrario, poi estremamente significativa di un altro tipo di amore: l'amore altruistico. L’amore come dono totale e senza contropartita, fino ad arrivare al sacrificio di se stessi. Le cronache ci raccontano abbastanza spesso di madri o padri che mettono a rischio la propria vita per soccorrere un figlio in pericolo, o di medici che sacrificano la loro vita nel tentativo di salvare quella di un paziente. La persona che aveva avuto questa immagine era in un periodo in cui stava sacrificando molta parte della sua vita relazionale per curare la madre malata. Quando pronunciamo la parola amore non sempre siamo consapevoli delle rappresentazioni mentali che la accompagnano, pur tuttavia abbiamo la sensazione che rappresenti un concetto chiaro e indiscutibile. Dimentichiamo che per l’altro che ascolta questa parola può essere associata ad altre rappresentazioni e di conseguenza avere un altro significato. Quando parliamo, quindi, pronunciamo parole che sono tutt’altro che univoche e ciò porta inevitabilmente ad una serie di fraintendimenti. Anche parole apparentemente meno impegnative come mela o pera o sedia non fanno riferimento ad oggetti specifici e univoci ma a intere classi di oggetti tutti accomunati da alcune proprietà comuni; sono insomma anche loro affette dal meccanismo mentale della generalizzazione. La parola mela indica un insieme di oggetti molto diversi fra di loro; la parola comprende tutta una serie di sottotipi chiamati ad esempio cannelline, stark, grannie smith, golden, fuji ecc.., e per ognuno di questi sottotipi possiamo distinguere altrettanti sottotipi distinti fra di loro da caratteristiche diverse, alcune visive, altre gustative, altre ancora olfattive, tattili o altro. Per es: piccole e grandi, mature e acerbe, croccanti o farinose, a pasta dura o molle, verdi rosse o gialle, dolci o aspre, profumate o meno, costose o a buon mercato. Quando una persona ci comunica “mi piacciono le mele” e noi rispondiamo “anche a me, molto” ci sentiamo improvvisamente un po’ più vicini di prima avendo trovato una affinità elettiva. Questa è una bellissima sensazione tutta da gustare mantenendo in un angolino della nostra mente l'avvertenza di non farne una certezza da proiettare in tutto l’arco del tempo futuro e ricordandosi del detto” il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Abbiamo una buona probabilità che, qualche tempo dopo, questa bella comunanza sia messa a dura prova dalla esperienza quotidiana: ovverosia quando le parole che abbiamo usato vengono confrontate con ciò che volevano significare. L’esperienza potrebbe mostrare quanto il nostro linguaggio sia stato traditore e quanto la nostra comunione fosse solo apparente quando scoprissimo che la nostra “anima gemella” predilige le mele mature a pasta farinosa e dolce (sic!) mentre la nostra passione è per le mele giovani a pasta croccante, sugosa e asprigna. Esperienze simili ripetute nel tempo potrebbero farci arrivare alla conclusione che l’anima gemella non esiste o che la convivenza uccide l’amore, quando invece dovremmo dire che uccide le illusioni. Forse dovremmo apprezzare la saggezza di quelle vecchie usanze che raccomandavano dei lunghi fidanzamenti prima di arrivare al momento del passo senza ritorno del matrimonio.
Le conclusioni precedenti sono dettate dall’ignoranza del vero problema: il linguaggio è talmente impreciso che porta inevitabilmente con sé il fraintendimento sistematico. Naturalmente un certo grado di imprecisione è necessario che esista perché se ogni volta che parliamo dovessimo descrivere in dettaglio che cosa intendiamo per ogni termine sarebbe un processo così lungo ed estenuante che sarebbe del tutto improduttivo. Per poter comunicare con una certa scioltezza e in tempi ragionevoli siamo costretti ad un elevato grado di sintesi, e quindi a ridurre le rappresentazioni complesse della nostra mappa del mondo in un flusso di parole relativamente scarno. Usiamo quindi parole volutamente generiche che rimandano a situazioni complesse piuttosto che ad elementi precisi ed univoci.
Il problema sorge quando il contesto necessita una comunicazione precisa, come quando è importante che qualcuno esegua le nostre istruzioni in modo corretto oppure quando dobbiamo costruire un accordo che sia inequivocabile. Se stessimo facendo un colloquio per appurare se una certa persona è quella giusta per diventare nostra socia sarebbe opportuno essere ben sicuri che abbia le caratteristiche che stiamo cercando e che non possieda, viceversa, quelle che non sopportiamo. Quando volessimo appurare quale visione ha del futuro della nostra società e quali sono i suoi progetti non potremmo accontentarci di dichiarazioni vaghe come “voglio che questa società prosperi sempre più” ma sarebbe opportuno impiegare un po’ di tempo per farci una idea dettagliata di quali sono i sogni e i progetti concreti. Quello a cui dobbiamo arrivare è di confrontare le rappresentazioni mentali che le sue parole ci hanno stimolato con quelle presenti nella mente dell'altro per controllare che coincidano il più possibile. Anche questa volta dobbiamo uscire dall’atteggiamento egocentrico per passare a quello eterocentrico per scoprire quali significati attribuisce alle parole il nostro interlocutore.
Non tutte le parole contengono lo stesso livello di fraintendimento, più la parola connota un insieme grande di oggetti, cioè è affetta da un più grande livello di generalità, più la possibilità di fraintendimento è grande. Osserviamo la scala sottostante che illustra come posso descrivere a qualcuno il mio gatto.

  • Identikit: descrizione dettagliata che comprende nome, razza, età, colore del manto con eventuali segni particolari, altezza, lunghezza e peso, proporzione degli arti, colore degli occhi, timbro del miagolio, aspetti del carattere ecc…
  • Il mio siamese
  • Il mio gatto
  • Il mio animale
  • La mia cosa più amata

Procedendo dall’alto al basso procediamo a descrizioni sempre più generali.
Al primo posto troviamo l’identikit ovvero una descrizione così completa e dettagliata che possa permettere a chiunque di riconoscere il mio gatto e che di conseguenza è quella che ha bisogno del maggior numero di parole. Questa descrizione richiede un alto dispendio di tempo e attenzione è viene usata in casi estremi come quando si tratta di ritrovare una persona oppure quando si è alla ricerca di un pericoloso criminale. L’ultima è quella più generale e contemporaneamente più indefinita perché usa la parola “cosa” che comprende praticamente tutto. Quest’ultima definizione lascia il maggior spazio interpretativo a chi riceve il messaggio perché alla parola “cosa” può sostituire qualsiasi oggetto ( in senso lato) gli venga in mente. L’ultima definizione è quella che richiede il minor sforzo di ideazione e di comunicazione; è una frase che va bene per ogni evenienza e viene pronunciata in tutti quei momenti che, per una ragione o l’altra, non ci ricordiamo il nome specifico di un oggetto e possiamo permetterci di parlare con il minimo sforzo senza il pericolo di conseguenze negative.
L’esempio classico è quello che si svolge in famiglia quando qualcuno dice “prendimi quella cosa!”. Quando l'altro risponde passandogli il primo oggetto che immagina possa essere quello giusto subisce, il più delle volte, la risposta stizzita “ma no, non questo, quell’altra cosa li !!!!”. Le definizioni che stanno in mezzo contengono, progressivamente, meno informazioni e sono sempre meno specifiche.
Recentemente ho assistito ad un altro interessante esempio di comunicazione imprecisa. Passeggiando sulla spiaggia parlavo con alcuni amici ed in quel momento ha squillato un cellulare; era la madre novantenne di un'amica. Dopo un attimo quest'ultima esclama: “Mia mamma fa delle confusioni con il cellulare! Spesso non riesce a capire se ha telefonato lei o io… d’altra parte alla sua età…certo che era una donna così brillante”. Con l’aiuto di un’altra amica presente che conosceva bene questa signora novantenne, siamo riusciti a capire che questa confusione non era tutta da imputare all’arteriosclerosi ma in buona parte era basata sull’ambiguità del linguaggio. Ci siamo resi conto che quando si faceva il numero di telefono di una persona il cui numero era stato memorizzato, sul display di quel telefonino appariva la scritta con il nome della persona e in basso la parola “chiama”. Es:

Anna

CHIAMA

L’ ambiguità della lingua italiana in questo caso permette di interpretare in due modi opposti questa frase. Potrebbe voler dire che Anna sta chiamando oppure, al contrario, è un invito (tempo imperativo) ad effettuare la chiamata. Quindi la mamma novantenne non aveva tutti i torti a rimanere confusa sul significato della frase. Anzi, forse, il fatto di essere stata una insegnante di lettere non era d’aiuto per meccanizzare questo comportamento, perché le poneva dei problemi grammaticali che una mente meno acculturata non si sarebbe posta. Un amico, a questo punto, metteva in luce che in inglese ci sarebbe stata meno ambiguità perché nel primo caso sarebbe stato scritto “is calling” mentre nel secondo “call”. Quando diamo dello stupido a qualche persona è sempre bene ricordarsi che questo giudizio potrebbe ritornare al mittente come un boomerang.
Come dice F. Rochefocauld:
Gli uomini non si capiscono a vicenda, ci sono meno pazzi di quanto si creda.



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