Jung versus Freud: chi psicoanalizzerà gli psicoanalisti?
di Enrico Maspes
Marzo 2009
Questo articolo vuole approfondire il problema della soggettività e della parzialità con la
quale diamo significato al mondo analizzando il pensiero di due grandi della psicologia del
profondo, Freud e Jung.
Attraverso l'analisi di alcune loro diversità teoriche voglio sottolineare l'interazione fra
l'ambiente e gli individui per arrivare a comprendere meglio come nascano le concezioni
che ci formiamo sul mondo e noi stessi.
È noto che Jung dopo un primo periodo di adesione al movimento psicoanalitico se ne
allontanò creando una nuova scuola, la psicologia analitica, così come fecero Alfred Adler
e Wilhelm Reich.
Jung accusava la visione freudiana di essere troppo univoca quando definiva la libido
come l'energia fondamentale dell'uomo e la causa delle sue nevrosi se repressa o deviata
dal suo naturale sviluppo dall'educazione sociale.
Per Jung la libido era solo una delle energie che condizionavano lo sviluppo umano e
l'inconscio non era costituito solo dal rimosso ma era anche una risorsa creativa e sede
degli archetipi.
Egli in diversi suoi scritti racconta di come, avendo sperimentato quanto Freud reagisse
con stizza e rabbia alle critiche sulle sue teorie, avesse deciso di assecondarlo nelle sue
interpretazioni evitando il pericolo di perdere l'amicizia con lui.
È importante sottolineare il fatto che il padre di Jung fosse un pastore protestante mentre
quello di Freud un commerciante ebreo e che Jung fosse di 21 anni più giovane.
Jung era particolarmente consapevole della influenza dello “spirito del tempo” sugli individui
e sulle intuizioni geniali che fondano nuovi modi di pensare tanto che in un suo scritto
afferma: “Tuttavia anche l'idea più originale e unica non piove mai dal cielo, ma si sviluppa
affondando le proprie radici in un terreno obiettivo, nel quale tutti i contemporanei, ne siano o no
coscienti si trovano strettamente collegati. Freud sorge da premesse storiche che rendevano
necessaria la sua apparizione, ed in particolare il suo concetto principale, la dottrina della
rimozione della sessualità risulta evidentemente determinato dalle condizioni storiche, egli come il
suo contemporaneo Nietzsche...vive alla fine dell'epoca vittoriana”.
Nel secolo diciannovesimo ci fu uno scontro formidabile fra la vecchia concezione del
mondo e quella nuova nata dalla rivoluzione illuminista.
Le vecchie concezioni culturali si manifestavano nel cosiddetto vittorianesimo mentre le
nuove nella forma del materialismo e del razionalismo scientifico.
Jung afferma che il vittorianesimo si servì della religione per mascherare una visione
borghese della realtà, una religione basata sulla rimozione. Lo stesso vale per l'immagine
dell'uomo che veniva considerata in modo a tal punto idealistico da creare una maschera
personale univoca e falsificata. Insomma la tendenza vittoriana a vedere tutto “in rosa”
creò le basi per una successiva reazione “riduttiva” che tentò di dimostrare che la realtà
era all'opposto molto più bassa e prosaica: l'uomo era “ciò che mangiava” guidato
null'altro che dall'istinto sessuale. Lo stesso bambino (che era stato reso angelico) era fin
dai primi anni dell'infanzia soggetto a desideri sessuali.
Freud smaschera ciò che il vittorianesimo aveva “velato” nascondendolo dietro false
illusioni, esagerati sentimentalismi, mezze verità, una religiosità artificiosa ed insulsa.
Egli, dice Jung, “come un profeta del vecchio testamento spezza i falsi idoli e mette
spietatamente a nudo quel che vi è di marcio nell'animo umano”.
Se i genitori vittoriani credevano ad occhi chiusi di “ vivere solo per i loro figli”, che “ il figlio
conserva per tutta la vita la sua adorazione per la madre” oppure che “ la figlia è piena di
comprensione per il padre”, Freud gli rivela che nelle famiglie, in realtà, si svolge ancora
una volta la tragedia edipica e che le fissazioni incestuose e i desideri omicidi sono la
norma.
Certo, quando Jung afferma che le “vere ragioni” dell'opera scientifica di Freud non sono
nient'altro che “rancore del secolo nascente nei confronti del diciannovesimo secolo”, forse
compie nei suoi confronti la stessa operazione riduttiva ed impietosa che Freud aveva
fatto nei confronti del vittorianesimo.
Ci potremmo chiedere quanto il fatto che il padre di Jung fosse un pastore protestante
abbia influenzato lo stesso autore nella sua possibilità di accettare una visione
materialistica della vita, e quanto abbia potuto perdonare l'opinione di Freud sulla
religione: ”la religione è un narcotico con cui l'uomo controlla la sua angoscia, ma ottunde la sua mente”.
D'altra parte dobbiamo ammettere che nell'ottocento troviamo conferma dell'idea
junghiana di un movimento collettivo che contesta le edulcorate credenze precedenti ed
avverte che la realtà è fatta in un modo diverso.
Se osserviamo la produzione artistica di quel periodo troviamo delle conferme nelle opere
di diversi scrittori.
R.L. Stevenson scrive il romanzo breve “Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde”,
Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray” e Bram Stoker “Dracula”.
Tutti questi romanzi sono accomunati dal tema del doppio, un'altra personalità che vive
nascosta dentro noi stessi e dalle caratteristiche opposte (l'ombra junghiana).
Questo tema è particolarmente esplicito nel primo libro dove Hyde, una personalità senza
limiti morali e freni inibitori, scalza il dottor Jekyll dal controllo del comportamento
commettendo ogni azione socialmente condannabile.
Nel romanzo di Wilde il tema è lo stesso ma descritto con una metafora diversa: il quadro
che ritrae Dorian invecchia al suo posto mostrando nella sua fisionomia tutti i segni delle
depravazioni commesse nella sua vita dissoluta, e permettendogli di rimanere con un
aspetto sempre giovane e innocente.
Dorian nasconde il suo ritratto nella soffitta coperto da stracci cosicché nessuno possa
vedere la sua vera anima.
Entrambi i romanzi trattano del celamento di parti di sé agli occhi di tutti gli altri, fatto che
permette loro di mantenere l'appartenenza alla società “per bene”.
Anche Dracula “il non morto” è un personaggio che vive esclusivamente di notte e torna
nella sua tomba alle prime luci dell'alba. Anch'egli vive senza la nostra morale e con il suo
morso può infettarci trasformandoci in altri non morti. Come il quadro di Dorian Dracula
vive chiuso in un luogo oscuro, là dove la razza umana ha situato da sempre tutto ciò che
fa paura, che è vissuto come negativo o malvagio.
Il personaggio di Dracula sembra una bella metafora del sogno: egli come gli incubi che ci
assillano durante la notte svanisce alle prime luci del giorno.
Lo stesso Freud in una sua lettera ad Arthur Schnitzler (14 maggio 1922) afferma:
“desidero farLe una confessione, che Lei avrà la bontà ed il riguardo di tenere per Sé, evitando di
comunicarla a chiunque, amico o estraneo che sia. Mi sono sempre chiesto con tormento, per
quale ragione in realtà io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarLa e di avere un
colloquio con Lei... la risposta a questa domanda contiene la confessione che a me sembra troppo
intima. Io ritengo di averLa evitata per una sorta di paura del doppio.... . Il Suo determinismo, il
Suo scetticismo – che la gente chiama pessimismo- il Suo essere dominato dalla verità
dell'inconscio, dalla natura istintuale dell'uomo, il Suo demolire le certezze culturali convenzionali,
l'aderire del Suo pensiero alla polarità di amore e morte, tutto questo mi ha colpito con una insolita
ed inquietante familiarità”.
Schnitzler in un appunto nel suo diario del 16 giugno 1922 in occasione del suo
compleanno e del suo primo incontro con Freud annota che “...mi regala una nuova
edizione delle sue lezioni, molto bella. Ad ora tarda mi accompagna dalla Berggasse fino a casa. Il
colloquio si fa più caldo e personale. Sull'invecchiare ed il morire. Mi confessa di provare delle
sensazioni alla Solness”.
Solness è il protagonista del dramma di Ibsen Il costruttore Solness che vive ossessionato
dal pensiero di essere soppiantato dai giovani.
Questa annotazione fornisce una chiara motivazione psicologica della iperreattività
freudiana alle critiche dei suoi discepoli e conferma l'oggettività dell'osservazione
junghiana.
Insomma, secondo Jung, alla univoca visione idealistica vittoriana si oppone una
simmetrica visione materialistica freudiana.
Se anche i grandi del pensiero sono sottoposti a influenze così sottili ed allo stesso
tempo così profonde ci potremmo chiedere, come già nel titolo, “chi psicoanalizzerà gli
psicoanalisti?”
Queste osservazioni, mostrandoci l'influenza dell'ambiente culturale e delle nostre paure
sulle nostre concezioni e sui nostri comportamenti, ci fanno capire quanto sia difficile il
possesso della oggettività e della verità.
Sembra un paradosso ma la certezza nelle proprie concezioni è inversamente
proporzionale alla nostra capacità di comprendere e di interagire con la realtà circostante.
Più siamo rigidamente ancorati al nostro modo di vedere il mondo (che diventa quindi il
mondo tale e quale) più siamo obbligati a ricondurre tutto quello che accade all'interno di
questo schema a costo di adattarcelo deformandolo. La nostra sicurezza diventa una
armatura sempre più faticosa da portare e un impaccio per i nostri movimenti.
L'ancoraggio a “un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose...sulla gente” (come dice Franco Battiato in una sua famosa canzone), seppur condivisa
da ognuno di noi almeno una volta, è un desiderio pernicioso.
Quando si hanno dei ruoli sociali che comportano la responsabilità della gestione dei
rapporti umani come quello di un manager, un genitore o un insegnante, sarebbe utile
chiedersi, almeno qualche volta, da dove vengono le nostre certezze.
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