La comunicazione organizzativa nell'epoca creativa.
di Enrico Maspes
Giugno 2006
Questo articolo analizza le conseguenze del profondo cambiamento sociale e culturale delle società occidentali sulla comunicazione interpersonale e sulla leadership nelle organizzazioni.
L'epoca Creativa
Le organizzazioni e le società occidentali stanno attraversando un difficile momento di rapida e grande trasformazione. Viviamo in un periodo che non permette a nessuno di fermarsi sedendosi sugli allori. Una analisi molto acuta è quella di Florida nel suo libro “L'ascesa della nuova classe creativa”. L'autore, intelligentemente, porta l'attenzione più sull'aspetto della creatività che su quello dell'informazione (come fanno altri autori), infatti, non si tratta di accedere semplicemente a nuove informazioni ma di connetterle insieme in modo originale per trovare nuove soluzioni ai problemi: ovvero essere creativi. Per l'autore questa è la risorsa fondamentale che selezionerà le organizzazioni e le società che saranno in grado di prosperare nel prossimo futuro. La capacità di queste ultime di passare dall'era della organizzazione a quella della creatività sarà la sfida che discriminerà quelle di successo da quelle che prenderanno la strada della pura sopravvivenza o della estinzione.
Quando parliamo di creatività e dei creativi, spesso, tendiamo a immaginare quei personaggi che vengono indicati come i modelli ideali di questa capacità dell'uomo: i creativi della moda, i premi Nobel della scienza, i capostipiti di nuovi modi di pensare la realtà come Freud, Einstein, Galileo ecc. Questo modo di pensare può essere molto limitante quando ci porta a ritenere che la creatività appartenga solo a persone eccezionali e che noi non potremo mai far parte di questa elite, precludendoci così, a priori, la possibilità di cimentarci in questo campo. Al contrario la creatività è una risorsa intrinseca nell'essere umano che ha solo bisogno di essere coltivata.
Siamo creativi tutte le volte che disponiamo i mobili di una stanza in modo nuovo per guadagnare spazio o per rappresentarci in modo diverso. Quando troviamo un nuovo accostamento dei nostri capi di vestiario o, non avendo a disposizione l'attrezzo giusto, troviamo un modo ugualmente efficace di fare del bricolage. Se osserviamo quanti tipi diversi di cavatappi incontriamo nella nostra vita, alcuni dei quali così strani da metterci in difficoltà nel comprendere la loro modalità d'uso, ci rendiamo conto di quanta creatività è stata usata nel tempo per svolgere una attività apparentemente così semplice.
Secondo le osservazioni di Florida la parte creativa dei lavoratori statunitensi è circa il quaranta per cento e, più o meno, vi è la stessa percentuale nei paesi più sviluppati.
Analizziamo sinteticamente alcuni punti:
- L'evoluzione, anzi la rivoluzione tecnologico/scientifica e culturale comporta una grande valorizzazione della ricerca creativa in ogni ambito. La sempre maggiore complessità della società e la sempre maggiore attenzione alla soddisfazione del cliente creano la necessità di delegare a molte persone un elevato grado di autonomia e discrezionalità.
- In grandi strati della popolazione occidentale si è diffuso sempre più un nuovo modo di concepire l'educazione delle nuove generazioni. Siamo passati dalla credenza che la natura dell'uomo sia intrinsecamente cattiva ed emendabile solo attraverso l'educazione, a quella opposta: la natura dell'uomo è spontaneamente buona e compito dell'educatore è quello di creare le condizioni favorevoli per la sua fioritura. L'attenzione sempre maggiore ai diritti dei più piccoli, e la reattività rispetto ai soprusi fisici e mentali nei loro confronti sono la conseguenza di questo nuovo atteggiamento. Basta osservare l'educazione dei genitori per notare come sia sempre più diffusa la tendenza a convincere piuttosto che a imporre. Frasi come “ lo farai perché lo dico io” sono in via di estinzione e la violenza fisica è addirittura sanzionata a livello legislativo.
- Un certo benessere economico si è diffuso nella popolazione cosicché non abbiamo più a che fare con individui che scelgono il lavoro motivati esclusivamente dalla necessità ma che desiderano e vogliono realizzarsi.
È come se, a 200 anni dalla rivoluzione francese, i principi di uguaglianza, libertà e fratellanza potessero compiutamente attuarsi superando la forza della tradizione autoritaria.
L'insieme dei fattori sopra esposti ha creato una nuova situazione sociale che distingue l'oggi dallo ieri: anche da uno ieri abbastanza recente come cinquanta anni fa. Sinteticamente potremmo dire che:
- La società necessita sempre più di persone creative ed in grado di assumere iniziative.
- Gli individui sono abituati fin da piccoli a essere aiutati nella loro personale realizzazione e ad essere trattati in modo rispettoso e democratico.
- Il benessere economico permette di non accettare qualsiasi lavoro pur di sopravvivere.
I creativi
Come ha mostrato Florida nel suo bel libro, oggi vi sono negli USA dei lavori ben remunerati, come quello di saldatore, che sono trascurati perché vengono percepiti come lavori ripetitivi e poco gratificanti. I giovani preferiscono lavori come quello d'estetista o parrucchiere in un centro di bellezza che sono meno remunerati ma più creativi e realizzanti. Secondo le osservazioni di Florida questa nuova classe creativa possiede una identità e una serie di credenze e valori che la rendono diversa dal passato.
La nuova identità è centrata sulla capacità creativa di risolvere i problemi: creo, ergo sum.
Non sfuggirà il cambiamento radicale rispetto alle identità precedenti che erano prevalentemente centrate sul ruolo sociale: padre, madre, insegnante, operaio ecc.
Quello che è importante per la classe creativa sono:
- Individualismo.
- Espressione di sé.
- Autonomia e flessibilità.
- Apertura verso la diversità.
- Meritocrazia.
- Un ambiente stimolante e caratteristico.
La persona che sta emergendo da questo identikit è quella dello scienziato o dell'artista come viene rappresentato dalla iconografia ufficiale e che forse riconosciamo in qualche amico o conoscente della nostra vita. Ciò non deve meravigliare perché gli scienziati e gli artisti sono proprio coloro che hanno da sempre fatto i lavori creativi. Essi sono persone che amano vestire in modo comodo, sono autonomi e indipendenti, amano vivere in luoghi stimolanti frequentati da altri come loro e aborrono le gerarchie e le formalità di qualsiasi tipo, sono aperti rispetto alla diversità di cultura o razza. Oggi il quaranta per cento della popolazione svolge mansioni tipiche dello scienziato/artista come per esempio i programmatori di software, i creatori di videogiochi, gli estetisti o gli stessi cuochi creativi. Ciò che è cambiato è l'ordine di grandezza del fenomeno: una volta i creativi erano una stretta minoranza mentre ora sono la maggioranza insieme con la classe dei servizi.
Stiamo passando dall'epoca dell'organizzazione a quello della creatività con un cambiamento di valori e di atteggiamenti tuttora in corso. In una società relativamente più stabile e gerarchizzata in una piramide alta e stretta dove le mansioni erano prevedibili e i compiti parcellizzati in azioni semplici, le persone che stavano in basso erano semplici esecutori facilmente sostituibili. Le persone ideali per questo tipo di ambiente erano quelle che possedevano qualità come la diligenza, l'adattabilità, lo scrupolo, il senso del dovere, l'ubbidienza, la fedeltà.
Individuazione versus conformismo
La struttura nettamente gerarchica della società si rispecchiava nell'insegnamento dogmatico della scuola dove più che premiare la libertà e l'autonomia di pensiero o la creatività si insegnava a diventare diligenti memorizzatori delle idee altrui, persone ubbidienti, conformiste, ligie al dovere e rispettose dell'ordine costituito incarnato dall'insegnante e dal preside. Questi tipi di atteggiamenti sono sempre stati premiati nella scuola di ieri e di oggi e additati ad esempio da emulare, tentando l'interiorizzazione di questi valori per mezzo dello strumento formidabile della pressione sociale.
Oggi la scuola italiana è in un momento di confusione, l'aspetto prettamente autoritario è venuto meno ma le vecchie abitudini non sono state sostituite con altre che siano coerenti fra di loro e con le nuove necessità della società. Il risultato è quello di una struttura piena di malessere che non funziona. I tentativi di soluzione oscillano fra il tentativo di recuperare un passato d'ordine e generici inviti a proseguire verso la comprensione e l'ascolto dei giovani.
Il tema dello scontro fra la cultura dell'individuazione e quella della assimilazione è stato magistralmente descritto da Peter Weir nel film “L'attimo fuggente”. L'Insegnante John Keating con il suo insegnamento centrato sulla ricerca della verità personale di ognuno e della sua particolare poesia di vita, si scontra frontalmente con l'istituzione collegio dove vengono impartiti esattamente i valori opposti, sintetizzati dai famosi quattro pilastri “ Tradizione, onore, disciplina, eccellenza” .
Se la tradizione diventa un valore assoluto l'evoluzione umana diventa impossibile perché l'evoluzione consiste proprio nel trovare nuovi modi di pensare il mondo, abbandonando quelli vecchi.
In questo film viene rappresentata al meglio la lotta fra l'educazione concepita come l'opera atta a far emergere la propria natura individuale e quella che si propone di assimilare il singolo ai modelli della collettività.
Questo conformismo fino a non molto tempo fa faceva si che anche l'aspetto esteriore dovesse richiamare una appartenenza di classe. La classe operaia vestiva con la tuta blu, la classe impiegatizia con giacca cravatta ( i colletti bianchi).
Anche nella costruzione delle case si tendeva a privilegiare l'uniformità come nei famosi quartieri di villette a schiera inglesi tutte assolutamente uguali.
Oggigiorno assistiamo allo smantellamento progressivo di questa abitudine. Lo possiamo osservare sia nelle strade che nei luoghi di lavoro dove vi è una maggiore varietà di stili di abbigliamento. Ognuno, attraverso la scelta di un tipo di abbigliamento, vuole sottolineare la sua unicità, la sua individualità.
Ecco cosa dice il noto architetto Steven Holl, uno degli esponenti più originali della nuova architettura americana:
“oggi abbiamo la possibilità di ripensare in modo totalmente nuovo all'edilizia collettiva. Personalmente penso di poter realizzare progetti che puntino nelle seguenti direzioni:
Possiamo osservare che queste dichiarazioni fanno parte della filosofia emergente della classe creativa nella quale la ricerca della diversità e della specificità sono valori di base; siamo addirittura all'inversione dei valori dell'era precedente nella quale l'uniformità era voluta e ricercata e che ora viene vissuta come “inumana”.
Oggigiorno molte persone sono e si ritengono uniche e richiedono di essere trattate come tali, sono insofferenti a ogni imposizione arrogante o arbitraria da parte dei capi, ai quali non perdonano l'incompetenza tecnica e relazionale. Essi desiderano partecipare ad un progetto attraente nel quale possano contribuire con la loro creatività in uno scambio arricchente. I creativi cercano i luoghi dove vivere in un ambiente vivibile , stimolante e flessibile dove possano essere relativamente autonomi nel gestire tempi e modi del loro lavoro.
Ecco l'annuncio di una richiesta di lavoro trovato su un giornale pochi giorni fa che trascrivo pari pari e che mi sembra superfluo commentare:
Sono una impiegata amministrativa da quasi trent'anni. Buon uso computer, buona conoscenza Word Excel Outlook. English as a second language. Da quando mi ha “acquistata” una multinazionale non riesco ad adattarmi a diventare un numero. Cerco non solo un lavoro, ma soprattutto qualcuno in grado di sapere cosa chiedere ai propri collaboratori. No impieghi temporanei..... .
Nella mia esperienza ho incontrato diversi giovani lavoratori che mi hanno confermato la bontà di questo quadro interpretativo. Questi, parlando del più e del meno, mi hanno detto che avevano lasciato il loro vecchio lavoro per quello attuale per un motivo di pura soddisfazione personale rinunciando a remunerazioni migliori ed, in un caso, molto migliori. Tenendo corsi di formazione finanziati dalla comunità europea per disoccupati in cerca di nuove opportunità, ho incontrato un paio di persone sui quaranta anni che studiavano per cambiare mestiere ma per propria scelta e provenendo da lavori autonomi e remunerativi. La loro motivazione era che “cercavano qualche cosa di più soddisfacente”.
Negli ultimi tempi ho spesso a che fare e dire con gli operatori di Call Center che contatto per chiedere informazioni o per protestare rispetto a qualche inefficienza del servizio. Spesso dopo le prime battute quando mi ritengo insoddisfatto delle risposte esordisco con questa frase “ senta, capisco che questa è la risposta ufficiale, però cerchi di capire il mio punto di vista.......”.
Ogni volta mi è stato risposto, in modo quasi offeso, qualche cosa come ” ma no, non creda che veniamo addestrati a ripetere a memoria qualche cosa, questo è il mio pensiero!”. Indipendentemente dal fatto che ciò fosse vero mi sembra importante il fatto che l'autonomia di pensiero fosse il valore condiviso da questi impiegati. Se volessimo parafrasare potremmo dire che questi giovani mi dicevano “guardi che noi non siamo degli automi, siamo delle persone in grado di trovare delle soluzioni, decidere, e prenderci delle responsabilità” . Tutto ciò non sarebbe stato pensabile solo poco tempo fa quando l'autonomia degli impiegati era vista come fumo negli occhi. Naturalmente la tradizione autoritaria è tutt'altro che morta, sentiamo ancora capi vecchia maniera che dicono frasi come “guardi che lei non è qui per pensare ma per fare quello che dico io”.
Recentemente parlavo con un amico che mi raccontava le sue esperienze lavorative; negli ultimi anni era passato da una azienda grande in via di ristrutturazione ad una medio-piccola ed economicamente florida essendo leader nel suo settore. Mi raccontava che questo passaggio era stata una cosa buona dal punto di vista della sopravvivenza economica ma cattiva per quanto riguardava il clima lavorativo, infatti, ogni volta che si azzardava a dire la sua opinione su qualche cosa la risposta dei capi era “ guardi che qui siamo noi che pensiamo, lei faccia il suo lavoro”. Il mio amico rimpiangeva la grande azienda dove il rapporto con i capi era più democratico e collaborativo e, già da tempo, faceva dei colloqui per cambiare lavoro. Mi chiedo se una conduzione così “vecchio stile” che porta alla perdita di risorse creative e a un clima di insoddisfazione dei lavoratori potrebbe portare a dei buoni frutti nel momento in cui la concorrenza entrasse anche in questo settore specifico.
La comunicazione interpersonale nelle organizzazioni.
Il quadro sociale che abbiamo appena illustrato ci porta a delle considerazioni consequenziali per quanto riguarda il tema della comunicazione interpersonale opportuna in queste condizioni.
I lavoratori
In una piramide gerarchica sempre più schiacciata e larga la comunicazione tende a diventare sempre più orizzontale. Questo vuol dire che la comunicazione è di tipo simmetrico cioè fra persone che hanno ruoli dello stesso potere, ognuno con la sua area di autonomia e responsabilità. Questa situazione è molto ricca di potenzialità ma necessita, per non degenerare in una anarchia creativa, di molto confronto fra le persone in modo che si possano coordinare, confrontare ed arricchire reciprocamente. Questo ci porta a concludere che le abilità necessarie per affrontare con successo questa situazione saranno la capacità di comprendere e farsi comprendere, la capacità di collaborare oltre, ovviamente, alla capacità di gestire lo stress provocato dalla responsabilità del lavoro creativo.
Cose molto semplici da elencare ma molto più difficili da mettere in pratica.
Per poter collaborare occorre che le persone siano in grado di proporre e sostenere le proprie idee senza arrivare ad un conflitto distruttivo oppure, per paura di ciò, evitare di esporre le proprie opinioni facendo mancare all'organizzazione il loro contributo.
Per potersi confrontare in modo positivo occorre saper discriminare fra lotte di idee e lotte di potere travestite da lotte di idee, fra intenzioni e comportamenti e fra obiettivi e mezzi atti a raggiungerli.
Un'altra capacità importante sarà quella di saper prendere decisioni e risolvere i problemi in gruppo attraverso il metodo del consenso, cioè attraverso un metodo che permetta di arrivare a soluzioni condivise realmente da tutto il team.
Nella mia esperienza di formatore, durante i momenti di esercitazione di gruppo, ho notato molteplici volte che le persone più schive sono spesso quelle che hanno le idee migliori ma allo stesso tempo sono quelle meno ascoltate perché intervengono in modo poco convinto evitando di sostenere le proprie idee. Un vero e proprio spreco di risorse da parte del gruppo e una probabile frustrazione per quei soggetti.
Tre anni fa ho seguito la formazione, a livello nazionale, degli impiegati dell'INPS. L'obiettivo di questa formazione era quello di accompagnarli nel cambiamento di metodo di lavoro motivandoli attraverso la comprensione del processo in atto e fornendo loro qualche strumento comunicativo: si stava passando da un lavoro parcellizzato a quello dove ognuno avrebbe dovuto seguire l'intera pratica di un cliente diventandone personalmente responsabile.
I lavoratori erano pressoché universalmente arrabbiati per due questioni: si lamentavano che ad un maggior onere, dovuto all'ampliamento della conoscenza necessaria per eseguire una intera pratica, non corrispondesse una maggiore remunerazione e che il cambiamento era stato fatto “passando sulle loro teste”. Quest'ultimo tema veniva confermato anche dal test finale, che consisteva in un disegno, eseguito in sottogruppi, che aveva come tema la rappresentazione di questo cambiamento lavorativo. L'immagine di gran lunga più frequente era quella di un diluvio universale che si abbatteva su delle piccole figure umane.
Le persone vogliono essere coinvolte e convinte a partecipare ai processi di cambiamento tanto più nel caso in cui manchi l'incentivo economico.
Alcuni colleghi formatori interpretavano questa rabbia come “resistenza” al cambiamento ma a mio parere era semplicemente l'emersione dei valori dell'era creativa che abbiamo descritto, oltre ad una sana consapevolezza sindacale.
Mi colpì il fatto che molti di loro, scontrandosi con la prassi quotidiana, sottolineavano che uno dei lati problematici di questo nuovo modo di lavorare era la variabilità con cui la stessa pratica veniva portata a termine, a seconda della diversa interpretazione delle norme, nelle diverse sedi territoriali INPS. Essi mettevano in luce l'esigenza di un forte coordinamento a livello nazionale e a livello locale in nome del valore dell'equità nei confronti dei propri clienti.
Se le persone e le sedi sono più autonome è fondamentale prevedere momenti di coordinamento e pensare ad una formazione specifica per sviluppare le qualità necessarie per affrontare in modo proficuo i momenti collettivi.
La capacità di comprendere il punto di vista degli altri richiede la consapevolezza profonda della imprecisione del linguaggio e della necessità di mettere in comune i significati delle parole attraverso un lavoro di confronto dettagliato: in altre parole, di sviluppare il linguaggio di precisione.
In fondo chi non vorrebbe tornare ai tempi precedenti la torre di Babele quando tutti gli uomini si comprendevano perché parlavano la stessa lingua?
Ma tutto ciò non basta ancora: per comunicare bene occorre pensare bene.
Abbiamo bisogno di un vero e proprio riorientamento filosofico così da poter uscire da pericolose illusioni che ci ostacolano nel nostro desiderio di una vera comprensione con gli altri.
L'atteggiamento egocentrico e l'illusione dell'osservatore sono atteggiamenti mentali che ostacolano la comunicazione efficace. Per una descrizione più approfondita dell'atteggiamento egocentrico si può leggere il mio primo articolo “Lucifero, le relazioni e il linguaggio”.
I dirigenti
Anche i dirigenti si trovano di fronte a un grande cambiamento del loro ruolo: da teste pensanti davanti a un pubblico di esecutori ubbidienti a leader di una squadra di creativi. Questo cambiamento culturale è ancora più necessario per i dirigenti che per i lavoratori visto che hanno maggior potere e maggior responsabilità. È necessario che i dirigenti guardino con occhi nuovi i lavoratori: l'immagine del dipendente deve essere sostituita da quella del collaboratore.
Oggi i dipendenti si sentono sempre più “indipendenti” dalle loro organizzazioni, sia psicologicamente che economicamente, e nel ruolo di “sottoposti” si sentono a disagio. E' opportuno lasciare rimpicciolire nella nostra mente, fino a farla scomparire, l'immagine di dipendenti in uniforme, simili nelle espressioni e nei comportamenti, schierati in file perfettamente allineate e pronti ad obbedire ciecamente.
In primo piano deve formarsi l'immagine di una squadra di esploratori ognuno con le sue competenze e qualità specifiche, con gli occhi accesi dall'entusiasmo di partecipare ad una comune avventura ,consapevoli di poter contare uno sull'altro.
Il lavoro di squadra è sempre più fondamentale perché nessuna esperienza lavorativa, lunga e ricca che sia, permette a chiunque di essere il detentore delle risposte ai problemi perché questi sono spesso completamente nuovi. Le conoscenze scientifico/tecnologiche diventano obsolete nel giro di poco tempo e le risposte vanno trovate attraverso un lavoro di ricerca.
È stato osservato che i leader di maggior successo sono quelli che passano buona parte del tempo a creare coalizioni di persone disponibili a lavorare insieme per fare accadere cose entusiasmanti.
Il team lavora al raggiungimento di uno stesso obiettivo ed il tempo trascorso dal leader a costruire relazioni cooperative può ridurre complessivamente la durata e il costo dell'obiettivo stesso.
Per quanto riguarda la modalità del dirigente di esplicare la sua autorità ecco cosa dice dice M.P. Follett “Una persona non dovrebbe dare ordini a un'altra persona ... entrambe dovrebbero prendere ordini dalla situazione”.
Questo mi pare un modo particolarmente intelligente per sottolineare il tema della comunicazione basata sul consenso. Quando i collaboratori sono convinti delle cose che fanno sono molto più attivi, coinvolti e autonomi mentre come esecutori di ordini sono passivi, dipendenti, e spesso passivamente resistenti.
La resistenza passiva è un fenomeno altamente distruttivo per le organizzazioni e particolarmente frustrante per un dirigente che voglia raggiungere un obiettivo qualsiasi. Gli insegnanti conoscono bene questa frustrazione perché, quasi sempre, si trovano di fronte una ciurma riottosa di studenti che trovano ogni scusa per evitare i compiti loro “affibbiati”. Tutti noi siamo stati testimoni delle invenzioni, a volte stravaganti, degli studenti quando devono giustificare una mancanza al loro dovere, oppure dell'uso micidiale della frase “ma no prof, io ho studiato ma non ho capito”.
I leader devono possedere, più approfonditamente, le stesse capacità comunicative dei loro collaboratori; la capacità di ascoltare, di mettersi dal punto di vista dell'altro e quella di motivare sono dei must per loro.
Inoltre qualità come la congruenza e l'allineamento saranno fondamentali per poter avere la fiducia dei collaboratori. È impossibile per un leader che voglia veramente esserlo predicare bene e razzolare male. Ciò che si afferma deve corrispondere a ciò che si crede e che si fa, e tutto ciò deve essere allineato con la propria identità e con la dimensione più ampia a cui si sente di appartenere, laica o spirituale che sia. Quando tutti i livelli logici sono allineati nella stessa direzione allora il leader possiede carisma: sta creando un mondo in cui le persone vogliono vivere.
La scelta dei collaboratori è un aspetto fondamentale perché l'organizzazione e la sua prosperità dipendono proprio dalla capacità di essere in linea con il nuovo che avanza. Un leader eccellente si circonderà di persone eccellenti secondo il vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Scegliere dei collaboratori che siano dei plaudenti ammiratori può essere una scelta molto gratificante per il suo ego ma pessima per il futuro dell'organizzazione. Oggi vi sono lavoratori che, su certi campi, hanno più esperienza di qualsiasi dirigente o che hanno una maggiore capacità di cogliere il nuovo che avanza. Anche gli individualisti e i “diversi” sono delle risorse fondamentali perché queste persone hanno la capacità di vedere la realtà da punti di vista inusuali e suggerire al team soluzioni originali ai problemi. Sarà compito del leader inserire fra i collaboratori questo tipo di persone creando il clima adatto perché siano accettati come risorse invece che essere vissuti come dei fastidiosi guastafeste.
Per alcuni dirigenti questa trasformazione del loro ruolo potrebbe produrre vere e proprie emozioni di paura accompagnate da una reazione di rabbiosa difesa perché la vivranno come una pericolosa sfida al loro potere.
La paura di “perdere la faccia” nella sfida con un subordinato deriva dal pensare l'organizzazione sociale umana come se fosse quella di una banda di lupi dove i maschi sono organizzati in una piramide autoritaria basata sulla forza. Periodicamente il maschio dominante viene sfidato da quello più giovane che vuole sostituirlo. Questo tipo di immagine, spesso inconscia, fa si che qualsiasi proposta che venga da un sottoposto venga rigettata con un “ringhio”. In questo modo l'organizzazione perde una quantità di buone idee.
Proprio qualche giorno fa una corsista mi raccontava che diversi suoi colleghi di lavoro si lamentavano di un loro capo che non permetteva a chiunque di esprimere una idea intervenendo con frasi del tipo “ finché il capo sono io di questo non se ne parla”. Questo stesso dirigente voleva partecipare a tutte le molteplici riunioni che venivano svolte senza mai delegare nessuno, cosicché, alcune volte le riunioni partivano in ritardo in attesa del suo arrivo, altre volte lui ne perdeva l'inizio: il risultato finale era una perdita complessiva di efficienza della organizzazione. Si direbbe che nella mappa del mondo di questa persona vi fosse una equivalenza mentale fra informazioni e potere cosicché la paura di perdere il potere si trasformava in paura di perdere le informazioni. Lo scontento serpeggiava, la considerazione di questo manager era bassissima e alcuni prendevano in considerazione l'idea di migrare da qualche altra parte. Non vogliamo negare, ingenuamente, che le questioni di potere non esistano veramente ma quello che vogliamo aspettarci da un buon leader è che sappia distinguere il miglio dall'orzo: l' arrivista il cui unico scopo è scalare la piramide gerarchica da chi ha voglia di contribuire alla crescita di una azienda attraverso una partecipazione creativa.
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